In un precedente articolo abbiamo visto che il 39,1% degli occupati italiani tra 15 e 64 anni dichiara di essere esposto ad almeno un fattore di rischio per il benessere mentale, contro il 44,6% della media europea. Il dato viene dal modulo ad hoc 2020 della Rilevazione sulle forze di lavoro (LFS). Lo stesso modulo permette di guardare a una dimensione meno esplorata: la grandezza del luogo di lavoro, cioè il numero di persone che lavorano nella stessa unità locale (lo stabilimento, l’ufficio, il punto vendita).
Il risultato è netto. In Italia l’esposizione ai rischi psicosociali cresce con la dimensione: 32,6% nelle unità fino a 10 addetti, 36,7% in quelle da 11 a 49, 47,3% in quelle con 50 addetti e più. Nelle grandi unità il dato italiano è praticamente uguale alla media europea.
Il divario con l’Europa sta nelle unità piccole e medie
L’Italia resta sotto la media europea in tutte e tre le classi dimensionali, ma con distanze molto diverse: 7,5 punti nelle piccole unità, 8,1 nelle medie e appena 0,4 nelle grandi. In altre parole, chi lavora in un luogo con almeno 50 persone riferisce rischi psicosociali con la stessa frequenza di un collega europeo; il valore nazionale più basso dipende soprattutto da quello che accade nelle realtà più piccole.
Una lettura possibile riguarda la struttura produttiva: in un Paese con molte micro e piccole imprese, un’esposizione più bassa in quella fascia pesa di più sulla media nazionale. È un’ipotesi, perché il dataset non riporta quanti occupati lavorino in ciascuna classe.
Un divario tra i più ampi d’Europa
Che i grandi luoghi di lavoro registrino più rischi psicosociali non è una particolarità italiana: succede in 25 Paesi su 27, con le sole eccezioni di Cechia e Bulgaria. Ma l’ampiezza della distanza varia molto. In Italia la differenza tra grandi e piccole unità è di 14,7 punti, il quinto valore più alto dell’Unione dopo Romania (18,0), Malta (16,8), Lussemburgo e Portogallo (16,5). Nella media UE è di 7,6 punti; in Ungheria, Polonia, Slovenia e Grecia resta sotto i 2 punti.
Nelle piccole unità l’Italia è 24ª su 27 per quota di esposti; nelle grandi sale al 17° posto.
Perché più persone, più rischi dichiarati? Le spiegazioni possibili sono diverse e vanno considerate come ipotesi. Le organizzazioni grandi hanno più livelli gerarchici, procedure, interdipendenze e passaggi di comunicazione, e quindi più occasioni di conflitto o di scarsa cooperazione. Comprendono anche ospedali, scuole e uffici pubblici, dove il contatto con utenti difficili è quotidiano. Infine, dove esistono un servizio di prevenzione strutturato e una valutazione dei rischi formalizzata, i lavoratori possono riconoscere e dichiarare più facilmente lo stress. Al contrario, nella piccola impresa il rapporto diretto con il titolare può attenuare alcuni fattori, ma anche renderli meno visibili.
I servizi sono il settore più esposto
Il modulo LFS distingue cinque grandi gruppi di attività. In Italia l’esposizione più alta si registra nel gruppo che comprende finanza, servizi professionali, pubblica amministrazione, istruzione e sanità (43,5%), seguito da commercio, trasporti, alberghi e comunicazione (39,1%). Il valore più basso è in agricoltura (28,5%). L’Italia è sotto la media europea in tutti i gruppi; la distanza maggiore è nelle costruzioni (31,5% contro 40,2%). Il dataset non permette di isolare PA, scuola e sanità dal resto dei servizi.
Il confronto con i rischi per la salute fisica (posture, carichi, rumore, sostanze, rischio di infortuni) mostra un quadro rovesciato. I rischi fisici sono più diffusi in costruzioni (76,4%) e agricoltura (75,2%) e meno nei servizi (58,1%); quelli psicosociali seguono l’ordine opposto.
| Settore (2020) | Rischi psicosociali Italia | Rischi psicosociali UE-27 | Rischi fisici Italia | Rischi fisici UE-27 |
|---|---|---|---|---|
| Servizi, PA, sanità, istruzione | 43,5% | 48,8% | 58,1% | 57,2% |
| Commercio, trasporti, alberghi, ICT | 39,1% | 45,3% | 60,2% | 61,7% |
| Industria | 34,4% | 38,2% | 66,2% | 66,2% |
| Costruzioni | 31,5% | 40,2% | 76,4% | 76,2% |
| Agricoltura | 28,5% | 31,0% | 75,2% | 77,4% |
| Totale | 39,1% | 44,6% | 62,1% | 62,3% |
Sui rischi fisici l’Italia è in linea con l’Europa (62,1% contro 62,3%); sui rischi psicosociali no. Il divario riguarda quindi il versante mentale, che più dipende dalla percezione e dalla consapevolezza di chi risponde.
Cosa significa per le organizzazioni
Per le grandi organizzazioni, pubbliche e private, i dati confermano che il rischio psicosociale è diffuso quasi quanto nel resto d’Europa: la valutazione dello stress lavoro-correlato prevista dall’art. 28 del D.Lgs. 81/2008 va condotta per gruppi omogenei, reparto per reparto, e accompagnata da indagini sul clima che diano voce ai lavoratori. In un’unità con centinaia di persone le medie aziendali nascondono situazioni molto diverse.
Per le piccole imprese il messaggio è opposto ma altrettanto importante. Un’esposizione dichiarata più bassa non equivale a un rischio assente: l’obbligo di valutazione vale anche per chi ha pochi dipendenti, e strumenti semplici e strutturati, come il TR-Index, permettono di rilevare carichi, rapporti e comunicazione senza appesantire l’organizzazione.