Pressione dei tempi, clienti difficili, insicurezza del posto, conflitti, scarsa comunicazione interna: sono i fattori che la letteratura chiama rischi psicosociali. In Italia la loro valutazione non è facoltativa, perché il D.Lgs. 81/2008 (art. 28) chiede al datore di lavoro di valutare anche i rischi collegati allo stress lavoro-correlato.
Per capire quanto siano diffusi possiamo usare l’unica fonte che misura il fenomeno in modo comparabile in tutti i Paesi dell’Unione: il modulo ad hoc 2020 della Rilevazione sulle forze di lavoro (LFS) su infortuni e problemi di salute legati al lavoro. Alla domanda se sul lavoro siano esposti ad almeno un fattore che può nuocere al benessere mentale, ha risposto sì il 39,1% degli occupati italiani tra 15 e 64 anni. Nella media UE la quota è del 44,6%.
Una classifica che sorprende
In cima alla graduatoria ci sono Svezia (76,4%), Grecia (69,1%) e Lussemburgo (67,4%), seguiti da Austria (59,8%) e Finlandia (58,1%). In fondo troviamo Germania (25,7%) e Lituania (26,7%).
Non significa che in Svezia si lavori peggio che in Germania. Una domanda di questo tipo misura la percezione del rischio, e la percezione dipende anche dalla cultura della prevenzione: dove il tema dello stress è discusso da anni, i lavoratori lo riconoscono e lo dichiarano più facilmente. Un valore basso può indicare un ambiente più sano, ma anche una minore consapevolezza.
Chi è più esposto
In Italia, come in Europa, l’esposizione è più alta nella fascia centrale della vita lavorativa: 41,2% tra 35 e 54 anni, contro il 34,5% dei più giovani. Le donne dichiarano un’esposizione un po’ più alta degli uomini (40,9% contro 37,8%).
La differenza più netta, però, è per titolo di studio. Tra i laureati italiani la quota sale al 48,5%, contro il 32,8% di chi ha al massimo la licenza media. È un gradiente che si ritrova in tutta Europa e che riflette il tipo di lavoro: le professioni qualificate comportano più responsabilità, scadenze e relazioni con il pubblico.
Cosa significa per un’organizzazione
Il dato nazionale dice che il rischio psicosociale riguarda una parte consistente della forza lavoro, non una minoranza. Ma dice poco sulla singola organizzazione, dove l’esposizione può essere molto più alta o molto più bassa della media a seconda del settore, delle mansioni e del modo in cui il lavoro è organizzato.
Per questo la valutazione dello stress lavoro-correlato non può fermarsi agli indicatori oggettivi (assenze, turnover, infortuni). La fase di approfondimento prevista dalle indicazioni della Commissione consultiva permanente passa dall’ascolto diretto dei lavoratori, con questionari o focus group. È lì che emergono i fattori specifici su cui intervenire.