Il lavoro a turni è la forma organizzativa tipica dei servizi che non si fermano: ospedali, trasporti, industria a ciclo continuo, sicurezza, grande distribuzione. È anche una delle condizioni lavorative più studiate per i suoi effetti sulla salute, soprattutto quando i turni ruotano e comprendono la notte.
Nel 2025, secondo la Rilevazione europea sulle forze di lavoro, lavorava a turni il 16,9% dei dipendenti italiani tra 15 e 64 anni. Nella media europea la quota è del 17,4%.
La mappa europea
I valori più alti si registrano in Romania (34,9%), Grecia (34,3%), Croazia (30,9%) e Slovenia (30,2%). I più bassi in Francia (5,9%), Lituania (8,4%) e Danimarca (11,0%). L’Italia è 16ª su 27, nel gruppo centrale.
Un calo da verificare
Dal 2012 al 2023 la quota italiana è stata sempre sopra la media europea: 20,3% nel 2019, 20,2% nel 2023. Nel 2025 è scesa al 16,9%, sotto la media. Nello stesso anno si osserva in Italia anche un calo del lavoro serale e notturno abituale.
Una variazione di questa ampiezza in due anni è insolita per un fenomeno strutturale come il lavoro a turni. Potrebbe riflettere cambiamenti nell’occupazione, ma anche effetti di misura. Prima di trarne conclusioni conviene attendere le prossime rilevazioni e i dati di dettaglio per settore.
Turni e benessere: cosa conta
Le linee guida sulla progettazione dei turni concordano su alcuni principi: rotazione in avanti (mattina, pomeriggio, notte), un numero limitato di notti consecutive, riposi sufficienti tra un turno e l’altro, calendari comunicati con largo anticipo. Sono scelte organizzative che incidono sul benessere quanto il numero di ore lavorate.
Nelle indagini sul clima interno, i lavoratori a turni vanno analizzati come gruppo a sé. Le loro risposte su carichi, conciliazione e salute sono spesso molto diverse da quelle dei colleghi a orario giornaliero, e una media complessiva rischia di nasconderle.