Chi guida le organizzazioni ne determina in gran parte il clima. La composizione del management è quindi un indicatore rilevante anche per il benessere organizzativo: segnala quanto le opportunità di carriera siano aperte a tutti.
Nel 2025, secondo la Rilevazione europea sulle forze di lavoro, le donne erano il 29,0% degli occupati italiani classificati come dirigenti e manager (grande gruppo 1 della classificazione ISCO). Nella media europea sono il 36,4%.
Penultimi in Europa
Tra i Paesi con dati disponibili l’Italia è 25ª su 26: solo Cipro (27,2%) ha una quota più bassa. In testa ci sono Svezia (45,3%), Estonia (43,2%), Polonia (43,0%) e Lettonia (42,8%). Anche Germania (30,8%) e Paesi Bassi (30,4%) sono nella parte bassa della classifica.
Una crescita lenta
Nel 2011 le donne erano il 25,4% dei manager italiani; nel 2025 sono il 29,0%. In quindici anni la crescita è stata di 3,6 punti, con lunghi periodi di stasi: tra il 2016 e il 2024 la quota è rimasta tra il 27,5% e il 29,5%. Nello stesso periodo la media europea è salita da 32,9% a 36,4%, e il divario con l’Italia è rimasto di oltre sette punti.
La legge Golfo-Mosca del 2011 ha fatto crescere la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate e delle partecipate pubbliche, ma i dati non mostrano un effetto analogo sul management nel suo complesso.
Cosa possono fare le organizzazioni
Le leve sono note: criteri trasparenti per le promozioni, attenzione ai momenti della carriera in cui le donne escono dai percorsi di crescita (spesso in coincidenza con la maternità), orari e modalità di lavoro compatibili con la vita familiare anche nei ruoli di responsabilità.
Un’indagine sul benessere organizzativo può aiutare a capire se le persone percepiscono pari opportunità di carriera. Analizzare le risposte per genere e per livello di inquadramento mostra dove si trovano gli ostacoli.