Quante persone che lavorano sanno usare gli strumenti digitali almeno al livello di base? Eurostat lo misura ogni due anni con l’indicatore delle competenze digitali, costruito sulle attività svolte davvero online in cinque aree: informazione e dati, comunicazione e collaborazione, creazione di contenuti, sicurezza, risoluzione di problemi. Ha competenze “almeno di base” chi raggiunge il livello base in tutte e cinque le aree.
I dati 2025, pubblicati nell’aprile 2026, dicono che in Italia ha almeno le basi il 65,5% degli occupati, contro il 68,7% della media europea. Il divario si è ridotto rispetto al 2023, ma resta. E sul versante delle imprese, la quota di aziende che formano il personale sulle competenze ICT è ancora sotto la media UE.
Occupati: un divario che si è ridotto
Tra gli occupati (dipendenti, autonomi e coadiuvanti familiari tra 16 e 74 anni) l’Italia è al 18° posto su 27. In testa ci sono Finlandia (88,5%) e Paesi Bassi (88,3%), in coda la Romania (39,6%). La distanza dalla media UE è di 3,2 punti, contro i 7,8 punti del 2023 (56,8% contro 64,7%) e i 5,0 punti del 2021 (58,0% contro 63,0%).
Il recupero del 2025 è netto: quasi nove punti in due anni, contro i quattro della media europea. È presto per dire se si tratti di una tendenza stabile. Con tre sole rilevazioni confrontabili (2021, 2023, 2025) e un calo italiano tra le prime due, è più prudente leggerlo come un segnale da confermare.
Sull’intera popolazione tra 16 e 74 anni, comprese le persone non occupate, la quota italiana scende al 54,3% (UE 60,4%), 19° valore su 27. Il lavoro, quindi, è un contesto in cui le competenze digitali sono più diffuse; resta da capire quanto sia il lavoro a svilupparle e quanto conti la selezione di chi è già più preparato.
Dove si concentra il ritardo
Il confronto per gruppi mostra un quadro meno uniforme di quanto suggerisca la media. Tra i dipendenti la distanza dall’UE è di 3,5 punti (65,5% contro 69,0%), tra gli autonomi di 1,4 punti. Nelle professioni non manuali l’Italia è vicina alla media europea (75,4% contro 76,9%); in quelle manuali la quota scende al 43,6%, contro il 45,7% UE. Il gap più ampio riguarda i disoccupati: 47,5% contro 54,4%.
Il dato più interessante è quello per titolo di studio tra 25 e 64 anni. Con un’istruzione alta l’Italia è in linea con l’Europa (84,9% contro 84,5%); con un titolo medio, il diploma, è addirittura sopra (62,9% contro 57,1%); con un’istruzione bassa è sotto (28,9% contro 33,6%). Un’ipotesi coerente con questi numeri è che una parte del ritardo complessivo dipenda dalla composizione della popolazione adulta più che da un deficit generalizzato: in Italia le persone tra 25 e 64 anni con al massimo la licenza media sono il 33,0%, contro il 18,8% della media UE. Pesa anche l’età: tra 55 e 64 anni la quota italiana è del 45,2%, contro il 50,5% europeo.
Le imprese formano ancora poco
Se le competenze digitali dipendono in parte dal lavoro, conta quanto le organizzazioni investono per svilupparle. Nel 2024 il 17,9% delle imprese italiane con almeno 10 addetti ha offerto al personale formazione per sviluppare competenze ICT, contro il 22,3% della media UE: è il 21° valore su 27. La distanza è maggiore per la formazione agli specialisti ICT (7,3% contro 11,4%), mentre per gli altri addetti è del 15,4% contro il 19,4%.
Nel tempo la quota italiana è cresciuta: era il 10,8% nel 2012 e ha toccato il 19,4% nel 2019. Dopo il calo del 2020 (15,5%) si è risaliti al 19,3% nel 2022, per poi scendere al 17,9% nel 2024. In tutti gli anni della serie l’Italia è rimasta sotto la media europea.
| Competenze digitali almeno di base (%) | Italia 2021 | Italia 2025 | UE-27 2021 | UE-27 2025 |
|---|---|---|---|---|
| Popolazione 16-74 anni | 45,6 | 54,3 | 53,9 | 60,4 |
| Occupati | 58,0 | 65,5 | 63,0 | 68,7 |
| Disoccupati | 40,3 | 47,5 | 48,6 | 54,4 |
| 55-64 anni | 37,6 | 45,2 | 42,0 | 50,5 |
Cosa significa per le organizzazioni
Un terzo degli occupati senza competenze digitali di base è un dato che riguarda direttamente il benessere organizzativo. Quando strumenti e procedure diventano digitali più in fretta delle competenze di chi li usa, aumentano il carico mentale, gli errori e la sensazione di inadeguatezza. Sono aspetti che rientrano tra i fattori di contesto e di contenuto del lavoro (cambiamenti organizzativi, ambiente e attrezzature, carico di lavoro) da considerare nella valutazione dello stress lavoro-correlato prevista dagli artt. 28 e 29 del D.Lgs. 81/2008; l’art. 37 dello stesso decreto, inoltre, lega la formazione anche all’introduzione di nuove attrezzature e tecnologie.
I dati suggeriscono di partire dai gruppi in cui il divario è più ampio: lavoratori con mansioni manuali, persone con bassa istruzione, lavoratori over 55. Un’indagine sul clima può rilevare come le persone vivono il passaggio al digitale, mentre la Mappatura delle Competenze e il Registro delle Competenze aiutano a sapere chi ha già quali competenze e dove serve formazione mirata, evitando corsi uguali per tutti.